Anno I  della Nuova Serie (XIII della Raccolta)  : Fascicolo  I-II

CAPODISTRIA

Stab.Tip.Naz. CARLO PRIORA

1922

La rivolta del reggimento austriaco N. 97

nella notte del 23 maggio 1918 *

 

Nessuno ne fece mai parola, quasi nessuno se ne ricorda; le autorità austriache seppero tener gelosamente secreti i fatti e nascondere alle popolazioni le infamie di un processo, la cui notorietà avrebbe potuto forse avere chi sa quali conseguenze. Eppure anche il 97 ebbe le sue giornate eroiche, anche il 97 scrisse una pagina tragica nel gran volume delle lotte e delle ribellioni contro l’oppressore odiato, anche fra i suoi più umili e perseguitati gregari ci furon di quelli che prima di cadere sotto il piombo austriaco ebbero il coraggio di gridare in faccia alle canne dei fucili puntate contro i loro petti: “Viva l’Italia!”. Due di costoro furono Giovanni Maniacco e Riccardo Vreh, ambidue figli del Friuli e nativo di Gorizia il primo, ambidue vittime della barbarie e della follia sanguinaria ond’eran presi gli ultimi disperati difensori di quella “menzogna formidabile”, come la defini magistralmente Gabriele d’Annunzio, che si chiamava Austria.

 

Era la sera in cui tre anni prima l’Italia decretava il suo intervento nella lotta per la libertà del mondo e giurava di strappare agli artigli dell’aquila bicipite i suoi figli irredenti. Radkersburg, l’ostile città tedesca, dove aveva sede il quadro di completamento del reggimento reclutato a Trieste, a Gorizia e in Istria, dormiva i suoi calmi sonni sognando le nuove angherie e i nuovi dispetti onde avrebbe l’indomani vessato i suoi involontari ospiti che pur arricchivano smisuratamente i suoi mercanti e i suoi osti.

La seconda vittoria francese della Marna ci aveva in quei giorni liberati di un terribile incubo e dalle onde del Piave doveva poco dopo esser per sempre travolta la furia tedesco-magiara dell’accozzaglia austriaca.

Nell’ interno del paese il malcontento e i malumori intanto crescevano ; sommosse militari avvenivano di qua e di là; le notizie correvano di bocca in bocca, si propagavano da quadro in quadro infiammanti, allettanti, benchè la stampa non dovesse farne menzione, benchè le censure militari distruggessero tutto ciò che poteva aver l’aria d’una vaga allusione, di un lontano accenno. Ma le fucilazioni di singoli, le decimazioni di battaglioni, le proclamazioni del giudizio statario ora in una regione ora in un’altra parlavano più chiaramente di qualsiasi articolo stroncato di giornale, di qualunque altra notizia meno certa.

 

Un’altra causa poi d’eccitamento, un’altra magnifica esca di rattizzamento per quella fiamma che covava dappertutto e di cui in qualche punto si vedevano già uscire le prime piccole lingue, era il ritorno in massa dei prigionieri di guerra dalla Russia rivoluzionaria, di quella gente che prima in gran parte s’era data al nemico ed ora ne fuggiva via temendo che la rivoluzione avesse preso dovunque il sopravvento, o ritenendo che, reduci in patria, scampavano dall’anarchia e sarebbero stati lasciati in pace nelle loro case. Tornavano con le menti piene d’incomposte idee bolsceviche, con negli occhi le visioni di stragi, di atrocità, di depredamenti senza nome, con nell’animo cancellata ogni forma di disciplina, ogni concetto d’obbedienza. E questa gente la stupidissima Austria ebbe (per nostra fortuna) la pretesa e il coraggio di costringere a riprendere il fucile e di aggregare alle formazioni di marcia pronte ad essere spedite al certo macello. Era il coraggio della disperazione, era il modo più sicuro per dare l’ultimo scrollo a quel marcio e putrido organismo che ancora si reggeva in piedi a forza di polizie militari e di assassini, era forse, penso talvolta, un conscio atto dì disfattismo provocato nelle alte sfere dove, come dappertutto, si trovavano elementi ostili che sotto la maschera dei collari d’oro nascondevano animi desiosi di libertà e di redenzione. Fatto si è che quando le compagnie, ridotte oramai ai minimi termini, si furono arricchite di queste nuove falangi, che, abituate nelle fabbriche o nei grandi possessi russi, dove fino allora avevano passato il tempo di prigionia, a mangiare e a vivere bene, dovevano ora accontentarsi di un pò di rape allesse (i famosi cavoli navoni) e di una porzione minuscola di un pane immangiabile; quando, dico, le compagnie ebbero accolto nel loro seno questi nuovi vecchi soldati, il loro spirito diventò un altro, fu scosso il torpore in cui erano cadute, indebolite dalla denutrizione, sfinite dalle fatiche, ed esse tesero l’orecchio alle voci di ribellione che giungevano da tutte le parti, compresero che un vento di vittoria si levava dai fiumi della libertà e che un cumulo di menzogne venivan stampate giornalmente nei giornali, e prepararono per la notte del 23 maggio la loro rivolta. Italiani e slavi strinsero un patto solo (il famoso Trumbic implorava allora l’italia di scagliare i suoi figli eroici contro la mitraglia austriaca, guardandosi bene inteso dall’aggiungere “perchè Trieste e Fiume dovevano diventare slave”); le due stirpi che più delle altre il tallone tedesco-magiaro calpestava e asserviva s’intesero ed ambedue scelsero la nette dell’anniversario di quell’avvenimento che ad ambedue doveva portare la liberazione, per sollevarsi e iniziare un più vasto movimento contro il nemico implacabile.

 

Ma purtroppo l’ora del riscatto non era ancora suonata, l’organizzazione militare era ancora abbastanza salda e l’opinione pubblica era ancor cullata dalle notizie false, che i giornali dovevano stampare sull’ incrollabile fermezza del fronte di battaglia e sui preparativi, che si facevano, per piombare da una parte su Verona, per raggiungere dall’altra Venezia. lI movimento stesso ebbe poi un carattere troppo locale e un fatale errore d’ indole tattica fu commesso nel prepararlo: quello, cioè, di non prendere prima accordi precisi con la sezione mitragliatrici, che aveva la sua sede un po’ fuori del paese e della quale poterono impadronirsi a tempo gli ufficiali per opporsi ai ribelli e domare la rivolta.

 

Al grido di “Viva 1’ ltalia” e “Viva la Slavia” i soldati uscirono, dopo la ritirata, dalle caserme e si diressero verso la città, ma furono affrontati dalla polizia militare, rinforzata più tardi dalle mitragliatrici servite da ufficiali; nella notte giunsero in tutta fretta da Graz reparti di truppa tedesca. Morti e feriti ci furono d’ambo le parti, nè mai si potè precisare il loro numero. Se il movimento fosse stato più ben preparato, se contemporaneamente il presidio czeco di Bruck e quello slavo di Marburg fossero stati avvertiti, forse si sarebbe potuto sollevare tutte le province meridionali e il crollo dell’ impero sarebbe già allora avvenuto.

 

Il tentativo ardito era invece destinato purtroppo a fallire; i piccoli gruppi che ancora resistevano nelle campagne circostanti furono in breve sopraffatti e 1’ indomani fra grandi cerimonie e allocuzioni in ogni lingua, dalle quali trapelava la paura di quell’oscuro destino che oramai più non poteva farsi troppo aspettare, veniva proclamato il giudizio statario.

Ciò che avvenne poi ripugna descrivere, e solo con un senso di profondo rimpianto per le povere vittime si può ricordare. Giunse da Graz una commissione giudiziale militare presieduta da un colonnello auditore, un brutto ceffo che rammentava gli sgherri quarantotteschi, e da un’ora all’altra fu improvvisato un tribunale di guerra con poteri discrezionali di vita e di morte. I disgraziati venivano trascinati davanti a quella corte di giustizia sui generis e là sulla base di semplici indizi, senza prove, senza istruttoria, venivano condannati: due condanne a morte il primo giorno, sei il secondo, otto erano annunziate per il terzo, quando giunse un telegramma urgente da Vienna, col quale l’ imperatore sospendeva l’infame eccidio e ordinava che, prima di continuare ad uccidere, fosse a lui d’ora in poi sottoposta per la decisione ogni condanna. E non s’uccise più.

 

Rivedo ancora quel brutto pomeriggio di maggio in cui le povere vittime venivano condotte al supplizio. Era una giornata fredda e umida, un grigio nebbione calava dal cielo e avvolgeva tutte le cose nel suo velo opaco; d’una tinta sola erano l’aria, le case, gli alberi, gli animi ; non il sorriso di maggio ma la tristezza di novembre pareva diffusa su quei remoto angolo di mondo dove soffriva e moriva la gioventù delle nostre terre torturate. Si attesero le 18 perchè tutti fossero liberi, perchè tutti potessero assistere allo spettacolo orrendo e l’esempio servisse a tutti di lezione e di ammonimento. Vecchio metodo austriaco che non servì mai a niente, ma cui l’Austria non fu capace mai di rinunciare.

 

Il supplizio doveva aver luogo su un pubblico piazzale circondato da caserme; sul muro d’una di queste fu costruito un tavolato di legno, affinché le palle non rimbalzassero ; davanti a questa parete di legno, fu eretta una specie di colonna dove eventualmente dovevano venir legati gli infelici, cui sarebbe mancato il coraggio d’aspettare in piedi la morte. E perché il carattere lugubre della scena fosse completo, le sei casse nere che dovevano accogliere i poveri corpi ancor caldi, furono allineate accanto al luogo del supplizio, quasi a prova della profonda malvagità dei carnefici e dell’orribile fine che attendeva coloro cui troppo pesava il giogo maledetto. Una folla. di soldati e di popolo gremiva il piazzale, altra folla s’assiepava lungo il percorso che i condannati dovevano compiere dalla prigione situata sulla piazza del paese fino ai luogo del supplizio. Alle 18 il portone del carcere s’aperse, al rullo di tamburi i sei furon fatti uscire: franchi, spediti, cantando canzoni popolari, inneggiando all’ Italia e alla Slavia, le sei povere vittime marciavano, seguite da un prete e da una compagnia di soldati tedeschi con le baionette inastate, pronti a far fuoco qualora l’indignazione scoppiasse; tutto in breve si perdette nel polverone della via.

 

Giunti sul posto, Maniacco, sentendo qualcuno della folla mormorare la parola: “poveretti” . si volse gridando nel suo accento veneto: “No semo noi poveri, no, ma voi altri se poveri che restè!”. Gli furono legate le braccia dietro la schiena. Così immobilizzato sputò in viso al prete che voleva mettergli una mano sulla bocca, donde uscivano le ingiurie più atroci contro i suoi carnefici. Colpito dalle fucilate, cadde gridando ancora una volta:

Viva la libertà! Viva 1’ Italia! .

Poi cadde il Vreh, poi caddero gli altri, tutti senza un accenno di debolezza, tutti bestemmiando l’Austria e inneggiando ai lori ideali. Maniacco aveva infuso in loro il coraggio, aveva comunicato alle loro anime la sua fede e il suo entusiasmo.

 

Nel primo giorno i due slavi giustiziati non avevano fatto fare soverchia brutta figura ai carnefici: svennero durante il trasporto, piansero e s’ inginocchiarono prima di morire; i carnefici furono contenti dell’opera loro. Non fu cosi l’indomani. Maniacco era della partita e fiero, dignitoso, bello nel suo tipo di meridionale dalla faccia bruna e dall’occhio nero, sapeva di affermare con la morte la sua libertà, capiva che soltanto dimostrandosi audace e sicuro, soltanto sprezzando e sfidando i suoi assassini avrebbe veramente servito al suo scopo e al suo ideale, e fu grande e, ciò che più valse ancora, rese fieri e sprezzanti anche gli altri compagni suoi, così che fu, si può dire lui, quegli che determinò nei carnefici il proposito di non proseguire con le condanne a morte, nella tema che quelle sfide di moribondi non restassero troppo bene impresse, ripetendosi, nei cervelli già abbastanza riscaldati degli spettatori.

 

Così l’Austria cercava ancora di soffocare nel sangue, fucilando in un luogo, impiccando in un altro, lo spirito di rivolta che da un capo all’altro dell’ibrido impero insorgeva contro uno stato di cose che non poteva nè doveva più durare.

E non s’uccise più, non per un senso di pietà verso le vittime o di vergogna verso sè stessi, ma perché si temeva; si temeva di esasperare troppo gli animi e di far prorompere quel cumulo d’ indignazione, di malcontento, di disperazione che covava da tanto tempo nella stragrande maggioranza della popolazione oppressa e maltrattata. Le vittime non chinavano il capo, ma gridavano alto il loro disprezzo e incitavano alla vendetta. Fra i contadini della campagna circostante mormorii di disgusto e propositi di ribellione provocarono quegli incitamenti e gli sgherri compresero, Anche la forca cominciava a funzionar male. Si estese piuttosto il processo a tutti i graduati della guarnigione accusandoti di complicità nella rivolta, non avendo fatto nulla per prevenirla. Furono inflitte una quantità di condanne, e, come punizione generale e misura di sicurezza preventiva, il quadro fu trasferito in una lontana località dell’Ungheria, dove, si pensava, l’isolamento e l’ambiente straniero avrebbero in breve prodotto dei buoni frutti.

 

Venne intanto l’ottobre e con esso la disfatta dell’Austria e l’immenso trionfo d’Italia, e sul tavolino, del compilatore di queste memorie rimasero aperti a mezzo, corno il libro del romanziero e Miramar, tutti gli atti d’accusa, mai recapitati, tutte le condanne mai eseguite contro quanti furono imputati d’aver preso parte alla rivolta, non essendovisi opposti. Soltanto i primi otto disgraziati che il piombo austriaco riesci a colpire non furon potuti salvare, e la memoria dell’eroico Maniacco resterà sempre viva in quanti furono loro malgrado costretti a vestire, come lui, l’odiata divisa, e a soffrire, come lui, il giogo maledetto. Viva Maniacco ! Viva I’Italia!

 

ANTONIO SUTTORA

 

*) Di Giovanni Maniacco mi scrisse di recente il prof. Girardelli di Gorizia, cui m’ero rivolto per avere su di lui, notizie più precise:

Riguardo alla giovine vittima goriziana, di cui mi chiede informazioni, in proposito parlai poco fa col padre stesso che fa il calzolaio, persona che gode lo simpatia e la stima degli onesti. Suo figlio dunque, che avrebbe giusto motivo d’essere degnamente ricordato per il suo cuore d’italiano, era addetto in negozio di commestibili. Fu chiamato a 18 anni al servizio militare, e il 29 maggio 1918 venne fucilato, come Ella sa, a Radkersburg. Prima dell’esecuzione dal petto di quel giovinetto uscì il grido dei nostri eroi: — Viva l’Italia — Era il sostegno della famiglia; d’indole buonissima, ma fieramente e nobilmente italiana. – “Dàtti coraggio, babbo — scriveva dallo trincea chè presto andremo a palanche.. Si sa ancora che dal carcere scrisse una quantità di lettere alla famiglia ed agli amici, ma tutte furono sequestrate”